Ritorna ‘Ambiente Svenduto’. A Potenza

 

Si ripartirà dall'udienza preliminare nel tribunale del capoluogo lucano
Posted on 20 Marzo 2025, 07:24
16 mins

‘Ambiente Svenduto’ parte seconda. Potrebbe essere il titolo di una serie tv o di una saga editoriale di grande successo, ed invece è soltanto la triste realtà del processo sul presunto disastro ambientale provocato dall’ex Ilva di Taranto durante la gestione del gruppo Riva (1995-2012), costretto a ripartire una seconda volta dall’udienza preliminare presso il tribunale di Potenza.

Un’inchiesta e un processo mostre (non a caso il tribunale di Potenza ha stabilito che saranno ben tre le aule collegate tra loro per ospitare tutte le parti mentre in un primo momento si era pensato di spostare il dibattimento a Salerno) durato cinque anni (con quasi 300 udienze, centinaia di teste e migliaia di documenti prodotti) che abbiamo seguito sin dal principio (prima sulle colonne del quotidiano ‘TarantoOggi’ e poi su questo giornale), sul quale abbiamo scritto decine di articoli nei quali con grande rispetto ma senza alcun timore reverenziale, abbiamo sottolineato non solo il merito di un’inchiesta e di un processo necessario ma anche gli errori, le lacune, le stranezze, i paradossi di un dibattimento nel quale è racchiusa una parte importante della storia di questa città e del suo rapporto simbiotico (con tutte le eccezioni e storture del caso) con la grande fabbrica.

Finendo, attraverso il nostro lungo e articolato lavoro, per prevedere ed anticipare il suo triste epilogo: il pronunciamento della Corte d’Assise d’Appello di Taranto-Lecce, presieduta dal giudice Antonio Del Coco (con il giudice a latere Ugo Bassi e sei giudici popolari), che lo scorso 13 settembre annullò la sentenza di primo grado a carico di 37 imputati e tre società, con la quale i giudici della Corte d’Assise di Taranto avevano condannato gli imputati ad oltre 200 anni di carcere.

Un’ordinanza di quasi 300 pagine nella quale veniva messo nero su bianco l’incompetenza della Corte di Lecce – Taranto (art. 11 Codice di Procedura Penale) in favore di quella di Potenza per legittima suspicione, a causa del coinvolgimento di almeno tre magistrati onorari del Tribunale di Taranto, coinvolti nel processo come parti civili (tesi sostenuta sin da subito e per anni da quasi tutti i legali della difesa). Decisione poi condivisa e confermata in toto sia dal gip di Potenza Ida Iure che dalla Cassazione (che utilizzò l’aggettivo ‘inoppugnabile’). Il tutto a scanso di ogni equivoco sulla giustezza e sull’imparzialità della stessa. Nonostante le decine di dichiarazioni e commenti indignati da parte di chi ha scambiato le aule di tribunale per le curve di uno stadio, ed i processi e le sentenze per i pronunciamenti della Santa Inquisizione.

Come non bastasse e come ampiamente prevedibile ed in parte già accaduto prima ancora della decisione della Corte d’Appello, sul processo si è poi abbattuta la scure della prescrizione per ben 25 imputati. Evento che ha indignato le solite anime belle della nostra città, come se la responsabilità di ciò fossero addebitabili agli stessi imputati. E non agli errori ed alle lungaggini di un processo durato oltre sei anni soltanto per il primo grado, partito e ripartito dall’udienza preliminare due volte a causa di un errore di notifica, con i reati contestati commessi oltre 12 anni prima dall’Appello.

Perché la Corte d’Assise di Taranto, e con essa la Procura Generale, abbia voluto lo stesso procedere per anni sapendo il rischio enorme che si stesse correndo, non lo sapremo mai. Del resto, per ben quattro volte (tra il 2014 e il 2017) il collegio difensivo aveva provato a spostare il processo da Taranto senza però mai riuscirvi. Né sapremo mai perché dei giudici onorari si siano costituiti parte civile pur sapendo che questo prima o poi avrebbe potuto comportare un corto circuito giudiziario. O perché gli avvocati che li hanno assistiti non li hanno fermati in tempo. Probabilmente, ma questa è soltanto una nostra supposizione, osservando tutto quanto accaduto in questi anni, si era assolutamente convinti di essere dalla parte della ragione, senza se e senza ma. Resta però, alla fine, un dato amaro e inconfutabile: si sono persi dieci anni e con essi, forse, la possibilità di veder svolgere un processo giusto ed equo, arrivando così a stabilire la verità dei fatti oltre ogni ragionevole dubbio.

L’aula nella quale venne pronunciata la sentenza di primo grado

Per non parlare poi dell’enorme numero di parti civili che sono state accettate dalla stessa Corte d’Assise: quasi 1500, tra cui anche i giudici ordinari, scelta che ha di fatto sabotato dall’interno e dalle fondamenta l’intero processo. Chi ha seguito per anni la vicenda Ilva, prima e dopo il 2012, ha sempre saputo che quel numero era gonfiato da uno stuolo di avvocati e di studi legali (provenienti da ogni parte d’Italia) che si sono gettati a pesce su quello che più volte è stato definito, giustamente, il processo ambientale più importante della storia giudiziaria italiana. Lasciando per un attimo da parte l’azione in gran parte demagogica di partiti, sindacati, associazioni ed enti istituzionali costituitisi in giudizio come parti offese, l’assenza quasi totale della gran parte delle parti civili durante gli anni del processo è stato il dato più eloquente e inequivocabile della pantomima che era stata messa in piedi nei confronti di una storia invece terribilmente seria, vera e drammatica. Anche questo abbiamo scritto decine di volte negli anni nel silenzio, connivente, di chi ha sempre fatto finta di non sapere e non vedere.

E che la Corte d’Assise dell’Appello di Taranto avesse intenzione di andare a fondo a tutto ciò, è parso evidente quando lo scorso maggio sospese il pagamento delle provvisionali da parte degli imputati (gettati tutti nello stesso calderone pur avendo avuto ruoli e presunte responsabilità agli antipodi nella vicenda Ilva) a tutte le parti civili (tra le quali uno dei giudici onorari a cui era stata già in parte pagata una parte del risarcimento per il deprezzamento di un terreno adiacente il siderurgico).

Nel suo provvedimento, il presidente Del Coco evidenziò numerose criticità contenute nella sentenza di primo grado emessa il 31 maggio 2021, nella parte relativa alla quantificazione delle provvisionali. Il giudice spiegò che proprio in virtù del fatto che si trattava di ben 1500 parti civili, per gli imputati sarebbe stato economicamente gravoso pagare un così elevato numero di soggetti: inoltre, qualora gli imputati fossero stati assolti sarebbe stato di fatto quasi impossibile riuscire ad ottenere la restituzione di quelle somme.

Basta guardare a quanto accaduto a quei cittadini (31 famiglie del rione Tamburi) che si sono costituiti parte civile attraverso il Codacons: ottenuto l’integrale pagamento da parte di uno degli imputati all’esito di un articolato procedimento di pignoramento presso terzi svoltosi dinanzi al Tribunale di Varese pari a 155mila euro, gli stessi si sono visti richiedere la restituzione di quelle somme, che però in gran parte avevano già utilizzato per esigenze familiari, oltre che per pagare la parcella dell’avvocato del Codacons.

Quando nel maggio scorso scrivemmo di questo pericolo e contestammo la scelta dell’associazione di tenere una conferenza stampa il giorno prima del pronunciamento del giudice Del Coco (con tanto di invito a presenziare alla cerimonia al cantante Fedez), l’associazione non ebbe di meglio che scrivere un comunicato stampa contro la nostra testata e il sottoscritto, nella quale ci veniva augurato velatamente di non vivere mai in prima persona il dramma vissuto da tante famiglie tarantine, con tanto di minaccia di querela: alla faccia della democrazia, della libertà di espressione, del principio di verità, valori che dovrebbero essere alla base di un’associazione che difende i consumatori italiani da danni e truffe. Codacons, che a dicembre perse il ricorso in Cassazione contro lo spostamento a Potenza del processo. nei giorni scorsi ha annunciato addirittura l’aumento del numero delle parti civili pronte a costituirsi nell’udienza preliminare.

Inoltre, il fatto che a tutti gli imputati fosse stato imposto il pagamento della stessa provvisionale (pari a 5mila euro per parte civile) fu sin da subito un aspetto contestato dalle difese, ed alla fine si rivelato essere un altro errore di fondo dell’inchiesta prima e del processo poi: come se tutti gli imputati fossero colpevoli allo stesso modo e per gli stessi reati (tesi tra le righe sostenuta anche in udienza dal giudice Del Coro): molto banalmente chi è imputato di reati gravi come l’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione in atti giudiziari, omicidio colposo e ha gestito in prima persona quella fabbrica, non può di certo essere equiparato e messo sullo stesso piano di chi occupava ruoli politici nell’amministrazione della cosa pubblica (Comune, Provincia, Regione) o in enti di controllo (Arpa Puglia) ed è stato chiamato a rispondere di reati minori.

Difatti, l’udienza preliminare in quel di Potenza sarà in grado parte dedicata proprio alle costituzioni di parte civile. Dalla distinzione operata sia dalla Procura di Potenza che dal GUP rispettivamente nella richiesta di rinvio a giudizio e nell’Avviso di fissazione dell’udienza, le parti civili sono state identificate nei proprietari delle unità abitative e di altri edifici danneggiati, nei proprietari degli ovini e caprini abbattuti e degli impianti di mitili, in società ed enti proprietari di immobili, nei familiari di vittime sul lavoro e in enti pubblici. Caratteristica comune delle parti civili appare quindi la materialità del danno provocato in tesi dagli impianti industriali di Ilva. Con la conseguenza che, anche alla luce della recente sentenza della Cassazione che ha statuito la responsabilità de direttore dell’ex Ilva nel deprezzamento di alcune abitazione del rione Tamburi, i responsabili dovrebbero ricondursi a quelle figure che avevano il potere di intervenire sugli impianti dello stabilimento e non su figure, come ad esempio i consulenti che non disponevano di tale potere. Il tema della ammissibilità delle parti civili che chiederanno di costituirsi dovrebbe poi essere oggetto di successiva o successive udienze.

L’aula bunker della vecchia sede della Corte d’Appello del quartiere Paolo VI

A Potenza sono confluiti anche altri due filoni del maxi processo. Il primo relativo al disastro ambientale causato da circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti (pericolosi e non), che avrebbero provocato danni all’ambiente circostante e all’acqua in falda e invadendo anche proprietà private, sepolti tra Taranto e Massafra ed in particolare nella gravina Leucaspide. Il tribunale di Taranto ha infatti fondata la connessione tra i due procedimenti come sostenuto dagli avvocati di alcuni imputati, che hanno ritenuto che le accuse dei due processi siano tra loro collegate, visto che lo sversamento di quei rifiuti nella gravina sarebbe avvenuto nello stesso arco di tempo in cui avrebbe agito l’associazione a delinquere contestata in Ambiente svenduto: a partire dal 1995 e sino al 2013. E che gli imputati sia nell’ultimo che nell’altro siano in gran parte gli stessi.

Il secondo riguarda il processo per evasione delle accise nei confronti di Nicola Riva. L’accusa era di non aver pagato allo Stato imposte dovute pari a 7 milioni di euro per la produzione di energia elettrica. Vicenda quest’ultima profondamente ingarbugliata, sulla quale nel tempo si erano espresse le Agenzie delle Dogane (provinciale, regionale e interregionale) che avevano ridotto di molto la cifra dovuta, oltre alla commissione tributaria di Taranto che aveva invece negato l’addebito alla proprietà sostenendo che il pagamento delle accise per i gas siderurgici non sono dovuto quando gli stessi, come avviene da sempre, vengono utilizzati per alimentare le centrali elettriche presenti all’interno del siderurgico (si tratta del recupero dei gas d’altoforno). La vicenda si era poi protratta ancora rimettendo il tutto ad un giudizio penale.

I giudici lucani (il giudice per le udienze preliminari è il dott. Francesco Valente) dovranno quindi ripartire dall’avviso di conclusione indagini: i pm guidati dal procuratore Maurizio Cardea dovranno rivalutare tutti gli elementi raccolti durante le indagini dai magistrati tarantini ed eventualmente emettere una nuova richiesta di rinvio a giudizio per i 23 imputati (282 le parti offese). E’ indubbio che anche per noi sarà molto più complesso seguire le vicende di un processo che si svolge in un’altra regione, seppur confinante con la nostra in una sede distante 180 km dal capoluogo ionico. Ma come sempre cercheremo di tenervi informati.

(rileggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto’ https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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