Vietare lo smartphone a scuola ci salverà?

 

Ne parliamo con Antonella Mastronuzzi, psicologa e psicoterapeuta
Posted on 14 Luglio 2025, 10:46
12 mins

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Divieto di utilizzo del telefono cellulare durante lo svolgimento dell’attività didattica e, più in generale, in orario scolastico anche per gli studenti del secondo ciclo di istruzione.

È quanto stabilito dalla circolare diramata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito lo scorso 16 giugno.

Un veto che si aggiunge a quello che già interessava, dall’anno precedente, gli alunni del primo ciclo di istruzione e che si è reso necessario “alla luce degli effetti negativi, ampiamente dimostrati dalla ricerca scientifica, che un uso eccessivo o non corretto dello smartphone può produrre sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche”.

“Resta inteso – si legge ancora nella circolare – che l’uso del telefono cellulare sarà sempre ammesso nei casi in cui lo stesso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato come supporto rispettivamente agli alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento ovvero per motivate necessità personali. Analogamente, l’utilizzo del telefono cellulare rimane consentito qualora, sulla base del progetto formativo adottato dalla scuola, esso sia strettamente funzionale all’efficace svolgimento dell’attività didattica nell’ambito degli specifici indirizzi del settore tecnologico dell’istruzione tecnica dedicati all’informatica e alle telecomunicazioni”.

Smartphone a scuola: gli studi

Secondo uno studio dell‘Istituto Superiore di Sanità, citato all’interno della circolare ministeriale, l’uso eccessivo del cellulare è una dipendenze comportamentali che colpisce oltre il 25% degli adolescenti, con effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni.

Nella fascia di età compresa tra i 14 e i 17 anni, inoltre, la dipendenza dai social media è associata a un peggiore rendimento scolastico rispetto a chi non ne è dipendente.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato come l’uso problematico dei social media tra gli adolescenti abbia subito un notevole incremento, con significativa diffusione di fenomeni di dipendenza quali l’incapacità di controllare l’uso degli smartphone, sintomi da astinenza e il trascurare altre attività con conseguenze negative sulla vita quotidiana.

Alla luce di quanto emerso, sono sempre più numerosi i Paesi che si attrezzano per limitare o vietare del tutto l’uso dello smartphone a scuola; tuttavia, sulla questione non c’è consenso unanime.

Uno studio pubblicato dall’autorevole rivista scientifica The Lancet, a seguito di una ricerca condotta tra alunni inglesi della fascia 12-16 anni, sostiene che le politiche restrittive sull’uso del cellulare a scuola non fanno registrare “alcuna differenza nel punteggio di benessere mentale tra studenti che frequentano scuole con divieti rigidi e quelli che studiano in istituti più permissivi”.

In effetti, oltre che di benessere psicologico, nella circolare del ministro Valditara si parla di calo nel rendimento scolastico associato ad un uso eccessivo del cellulare: il che sarebbe stato anche confermato da uno studio condotto su 6mila studenti lombardi dall’università Bicocca di Milano in collaborazione con l’ateneo di Brescia, l’associazione Sloworking e il Centro studi Socialis.

Il tratto comune agli studi che associano abuso di smartphone a basse performances nello studio è quello che lega l’uso del cellulare ai social: un elemento che si collega anche al cyberbullismo, dal momento che la possibilità di usare liberamente il proprio telefono in classe aumenterebbe le probabilità di diffusione online di video girati a scopo denigratorio, nei confronti di compagni di scuola o docenti.

Altrettanto doveroso sottolineare, fuori da sterili strumentalizzazioni politiche, che la circolare ministeriale non parla di “regresso tecnologico” né di demonizzazione dei devices contemporanei, bensì di promuoverne un uso più consapevole.

Dipendenza dagli smartphone, il parere della psicologa

Sull’effettiva portata del fenomeno di dipendenza di giovani e (purtroppo) giovanissimi dai telefoni cellulari e sulle possibili conseguenze del divieto di utilizzo nelle scuole abbiamo interpellato Antonella Mastronuzzi, psicologa e psicoterapeuta nonchè tutor dsa.

Dott.ssa Mastronuzzi, sulla base della sua esperienza all’interno e all’esterno del contesto scolastico, reputa che il divieto del Ministero sia inevitabile?

“Lo smartphone in classe è un innegabile motivo di distrazione, per non parlare dell’uso incontrollato dell’aiuto proveniente dall’Intelligenza Artificiale, quindi ben venga un divieto nell’uso; il che, badi bene, non equivale a non utilizzare alcuno strumento tecnologico ma a regolamentarne l’uso: basti pensare ai tablet o alla LIM. Insomma, la tecnologia non deve essere demonizzata, dal momento che costituisce un innegabile passo in avanti: tutto sta a saperla usare nel modo corretto ed equilibrato, fruirne i benefici senza farsene sopraffare, insomma.

Certo, sappiamo bene che un divieto posto tout court non fa altro che sortire l’effetto contrario, ovvero quello di aumentare il desiderio verso l’oggetto “proibito” e gli effetti dell’astinenza.

Ecco perché ritengo necessario che al veto di utilizzo si affianchino delle ore di riflessione sull’uso consapevole della tecnologia e sui rischi delle dipendenze, magari da fruire assieme alle famiglie anche in orario extrascolastico, oltre che sui rischi in rete. È chiaro, infatti, che vietare l’uso dello smartphone a scuola, luogo in cui bambini e ragazzi passano una parte consistente della propria giornata, aiuta sicuramente a “disintossicare” dalla dipendenza, ma non risolve il problema se poi, a casa, si pranza tutti con lo sguardo abbassato sul proprio telefono.

In buona sostanza, sì al divieto in classe ma anche ad un percorso che accompagni in modo consapevole ragazzi e famiglie verso l’uso responsabile dei devices moderni”.

Parlava poco fa dei rischi derivanti dall’uso eccessivo dello smartphone in giovani e giovanissimi.

“I ragazzi di oggi sono costantemente connessi, non vivono più gli scambi comunicativi con i propri coetanei e il dato più sconfortante è che questo accade soprattutto tra i più piccoli, i cosiddetti nativi digitali; il che porta a problemi di socializzazione e difficoltà nell’affrontare le piccole/grandi sfide del quotidiano.

Ma non solo: quanti ragazzini vediamo camminare per strada con la testa abbassata sullo schermo del telefono? Non si tratta solo di perdersi la bellezza di camminare all’aria aperta, ma anche e soprattutto del rischio concreto di essere investiti, addirittura di disimparare ad attraversare la strada correttamente.

Ancora: quanti ragazzini (e non solo) vediamo uscire il sabato sera e stare seduti attorno ad un tavolo, ognuno al suo telefono? Addirittura comunicare tra loro tramite smartphone, pur essendo uno accanto all’altro! Questo accade perché le regole della comunicazione stanno cambiando, si perde il contenuto paralinguistico di cui fanno parte, ad esempio, l’intonazione del discorso che viene resa con metodi alternativi, persino le emozioni vengono comunicate tramite emoticon e non sempre corrispondono a quello che si prova davvero in quel momento.

Immaginiamo un dialogo di persona tra due ragazzi e lo stesso tramite app di messaggistica istantanea: nel secondo caso chi parla può anche fingere di essere felice, per esempio tramite smile o gif sorridenti, nel primo caso sarebbe molto più difficile nascondere un malessere psicologico”.

E questo apre poi altri scenari, che si ricollegano a quei casi di ragazzini profondamente depressi di cui quasi tutte le persone intorno ignoravano il disagio interno. C’è da dire, per onestà, che la dipendenza da smartphone (e social) non riguarda solo i ragazzi.

“Purtroppo è così, ecco perché prima parlavo della necessità di introdurre delle ore in cui affrontare il tema a 360 gradi e con le figure educative di riferimento, quindi non solo docenti ma anche e soprattutto i genitori.

È chiaro che un ragazzo a cui viene vietato l’uso del telefonino in classe non può trovare, a casa, la mamma col capo chino sullo stesso che gli risponde a malapena: sa di presa in giro, di imposizione calata dall’alto, di ipocrisia, spinge il giovane a vedere nell’adulto qualcuno che fa come gli pare e non come un esempio.

Se vogliamo disintossicare i ragazzi dagli smartphone e dalla dipendenza da social dobbiamo andare più in profondità, operare in un contesto più ampio, che riguarda la società intera”.

Eppure, per chi cerca di distinguersi e di vivere al di fuori del “gruppo” c’è sempre il rischio “emarginazione”, chi non segue i codici comportamentali condivisi è “out”.

“Questo rischio c’è sempre stato: la nostra generazione si riconosceva in determinati marchi di abbigliamento da sfoggiare a scuola, oggi il consenso passa dalle mode che nascono sui social e anche dall’appartenere alla chat di gruppo.

E purtroppo l’età si abbassa, i bambini che stanno terminando il ciclo della scuola elementare hanno quasi tutti già il telefono, con il numero dei genitori o addirittura proprio, e passano molto tempo a chattare con i coetanei, a inviare video su YouTube di cui non sempre i contenuti sono idonei all’età.

In generale noto molto lassismo, mancanza di controllo, anche verso i ragazzini che si iscrivono sui social falsificando la propria data di nascita: c’è quasi paura di fare i genitori, di porre delle regole, dei divieti, senza capire che così stiamo crescendo delle generazioni fragili, che si sottraggono al confronto.

Tuttavia, uno spiraglio c’è: lo vediamo nella riflessione collettiva su questi temi e anche nell’attenzione che la scuola dà a queste tematiche tramite progetti, attività di orientamento e mentoring. Non è ancora abbastanza, ma sono primi passi verso questioni prima ignorate, dobbiamo proseguire su questa strada”.

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